Con lo scoppio della prima guerra mondiale le donne, in genere, si misero al
servizio della società. Si trattò della prima opportunità di parificazione dei diritti e
comunque di emancipazione. Molte di loro uscirono di casa per propria volontà, altre lo
fecero per necessità, comunque sia diventarono visibili a tutta la società. Proprio la
dimensione sociale della donna è quella che si evidenzia maggiormente, rispetto a
quella politica.
Dopo una vivace rivendicazione del suffragio universale, più un acceso dibattito
in relazione ai diritti delle donne all’istruzione, che interessava in misura massiccia le
ragazze borghesi, soprattutto dell’area settentrionale, la guerra mise in standby ogni
rivendicazione e allo stesso tempo, rimise in movimento la situazione femminile.

L’elasticità della forza lavoro femminile si manifestò in pieno con un massiccio
reingresso tutte le donne nella produzione industriale. Allo stesso modo, sia le borghesi
che le aristocratiche si rimboccarono le maniche per dedicarsi a un mestiere. Così
vestirono abiti semplici “le divise”, per guidare i tram, oppure per distribuire la posta,
entrarono negli organici delle fabbriche come operaie specializzate nella realizzazione
di esplosivi e proiettili, detonatori, diaframmi, impararono a montare i fucili e a
lavorare al tornio. Nelle circolari ministeriali del 23/08 e dell’11/09 /1916, si parlò di
una sostituzione effettiva delle donne negli stabilimenti militari si produzione bellica
nella misura dell’80%.
Anche nelle industria laniera crebbe il numero delle operaie – sarte, in queste
strutture cambiò la produzione, non più abiti civili, ma enormi quantità di uniformi, di
coperte da campo e di sacchi a pelo. L’impiego della manodopera femminile nei lavori
sempre più specializzati, diventò talmente alto da doversi prevedere l’emanazione di
leggi speciali per l’occupazione femminile e minorile, per quanto concerneva gli orari,
la vigilanza igienica e sanitaria nelle fabbriche. Si nominò, per adempiere a queste
mansioni un Consiglio del lavoro femminile, ma senza grandi risultati.
Aumentò anche il peso del lavoro femminile in agricoltura, tanto che lo Stato
ricompensò con “premi di merito agricolo” il coraggio delle donne contadine che si
erano distinte nei lavori dei campi, questo al fine di assicurare la produzione agraria
necessaria per approvvigionare il Paese.
Infine, il lato socio- culturale, difatti servivano anche le maestre per insegnare ai
più piccoli, e non solo, a leggere, scrivere e contare, come servirono le infermiere per
curare i malati e i feriti. Uno dei compiti in cui la donna è rappresentata regolarmente è
infatti, la dama di carità, una immagine che sottolinea il ruolo tipicamente femminile di
angelo consolatore. In questo modo tutte si misero alla prova, prendendo il posto degli
uomini partiti per il fronte.
La maestra
Nel momento in cui l’Italia entrò in guerra, in un appello del 1915 si chiese ai
“70.000 maestri“ presenti in quel momento in Italia, di occuparsi della organizzazione
della coscienza nazionale, nonché del sostegno della vita della comunità nazionale.
Nello specifico poi, il ruolo delle maestre risultò subito molto importante, dal momento
che non si limitò al semplice insegnare a leggere e a scrivere, in sintonia con il tipico
ruolo femminile orientato alla cura amorevole, resero meno dura la realtà ai bambini.
Un significativo aiuto venne offerto dalle vignette del “Corriere dei piccoli”
supplemento del Corriere della Sera, per aiutare i bambini a capire i concetti di patria e
di eroismo militare. Le maestre, se pure erano poche, ancora di meno quelle con la
patente, comunque diventarono preziose risorse in clima di guerra. Anche i quaderni
scolastici contenevano in copertina immagini di guerra, di infermiere nell’atto di
soccorrere feriti, di battaglie e così via.

L’urgenza era quella di alfabetizzare il popolo e mantenerlo fedele alla patria,
così il lavoro delle maestre da essere inizialmente un lavoro intellettuale, si trasformò in
una sorta di macchina per il sostegno patriottico. Le docenti, rimaste sole dopo la
chiamata alle armi di tutti gli uomini, ebbero fra i loro compiti anche quello di vigilare
sul comportamento corretto dei bambini, stando attente alla loro disciplina e al loro
attaccamento alle istituzioni.
Anche i programmi scolastici si allinearono con le necessità della guerra, i temi
pedagogici avevano come argomento il conflitto, le discussioni in classe erano legate a
temi di attualità. Nelle ore di italiano i maestri leggevano e facevano leggere libri
scolastici farciti di educazione guerriera e di sostegno al “fronte interno”, la narrativa
per l’infanzia era costruita da articoli di giornali i cui contenuti bellici ed eroici
aumentarono con il conflitto. Nel programma di storia si proponevano approfondimenti
sulla guerre di indipendenza, la nascita del Regno d’Italia e una serie di lezioni patriottiche come “Entusiasmo del popolo italiano per la guerra”, oppure “Emigrati
italiani tornati in patria per partecipare alla guerra”.
Le maestre si dedicarono anche alla cura delle questioni sociali, specie nei piccoli
raggruppamenti urbani, leggeva la corrispondenza e provvedeva anche alle risposte. In
fin dei conti grazie alla guerra la donna raggiunse la sua emancipazione con rapidità,
ma si rese conto ben presto che si trattava soltanto di una emancipazione temporanea.
Esse, infatti, vennero chiamate a fare le volontarie per amor di patria, ma poi
fondamentalmente erano ancora emarginate sia come maestre che come donne e, al di là
dell’attività scolastica, restarono ancora cittadine di rango inferiore.
Restando in tema di assistenzialismo, ci sono notizie di lettere di matrice
scolastica in cui trova sfogo l’impegno patriottico delle maestre che stimolavano intere
classi di scolare in questa forma di assistenza spirituale a distanza, una sorta di forma di
educazione civica per quell’epoca. Molte donne facoltose si impegnarono nella
organizzazione di iniziative a sostegno della guerra come le raccolte di denaro o di
materiale da devolvere alle famiglie dei soldati al fronte. A tal riguardo, molto
importante fu l’azione delle infermiere volontarie della croce rossa che spesso seguirono
i combattenti al fronte.

Le crocerossine
Le donne durante il primo conflitto mondiale raggiunsero una loro
indipendenza, per molte mai assaporata, ma è pur vero che fu necessario anche fare i
conti con le diversità regionali e le classi sociali di appartenenza per poter capire meglio
il loro stato d’animo. Sicuramente l’anelito di libertà fu molto forte, altrettanto forte
però fu il peso delle responsabilità che molte di loro decisero di accollarsi. E’ il caso
delle crocerossine.
La Croce Rossa, vero e proprio corpo militare venne pensato da Henri Dunant
nel 1859 (durante la battaglia di Solferino). Il fondatore basò l’idea del corpo militare
proprio sulla fratellanza, infatti, al grido “siamo tutti fratelli” incitò la popolazione ad
aiutare i sopravvissuti. Proprio in quella circostanza le donne, “l’avanguardia delle
crocerossine”, soccorsero i feriti.
Soltanto nel 1908 si costituì formalmente il corpo delle infermiere volontarie che
durante la grande guerra ebbe un ruolo rilevante. L’idea di aiutare chi soffre, in tempo
di guerra, di farlo stando anche al fronte, lasciando la propria casa e le proprie comodità
venne seguita da molte crocerossine. Si trattò infatti di un lavoro vero e proprio, svolto fra i malati, i feriti e i moribondi, una immagine divenuta in seguito tra le più
riconosciute nel dopoguerra.

Le infermiere della Croce Rossa all’inizio facevano parte soltanto di famiglie
benestanti, poi si aggiunsero le borghesi e infine le donne di livello sociale più basso,
provenienti da ogni parte d’Italia e non tutte con un corso di studio regolare. Tutte,
però, dovevano possedere una autorizzazione rilasciata da un uomo di famiglia, il
marito, il padre oppure un fratello, solo così potevano iniziare il loro servizio. Queste
donne avevano una divisa bianca, con una lunga gonna ed un velo, insomma vestite
come delle suore, il motivo di questo abbigliamento era non fare innamorare il ferito.
Molte di loro vennero mandate al fronte nel 1916, anche se il loro “essere in trincea
accanto all’uomo”, per curare i bisognosi venne comunque criticato, con conseguenti resistenze e ostilità da parte del personale medico maschile che non vedeva di buon
occhio il loro diretto contatto con uomini e soldati o personale medico maschile.
Di cosa si occupavano le donne rossocrociate? I frequenti pregiudizi in merito al
decoro e alla moralità di tale compito, come anche lo scarso rispetto di alcuni infermieri
ed ufficiali che non accettavano di ricevere ordini da “femmine”, il cui grado era
equiparato a quello degli ufficiali, non facilitarono il loro lavoro. Le mansioni erano
davvero tantissime, leggevano e scrivevano corrispondenze per i pazienti analfabeti,
distribuivano giornali. L’incarico più impegnativo era quello inerente la cura dei
pazienti, dal bendaggio delle ferite, all’assistenza dei medici, alla distribuzione delle
medicine, al sostegno di chi stava per perdere la ragione. Le infermiere cercavano
sempre di infondere conforto, accompagnando cristianamente i pazienti più gravi verso
la loro fine, una sorta di assistenzialismo, per far sentire gli uomini meno soli.
Margherita d’Incisa Rossi Passavanti, crocerossina, nel suo diario annotava
puntualmente ogni avvenimento della giornata, descrivendo la lunghezza dei suoi
impegni. In una pagina scriveva che aveva chiuso la sua giornata movimentata “dopo 36
ore di veglia e di lavoro faticoso”, quindi, “apprezzava infinitamente di potersi
riposare”.
Si trattò di una prova molto difficile, non tutte riuscirono a resistere, c’erano rari
momenti di pausa, altre poi considerarono la presenza sul campo di battaglia come una
strada per facilitare il proprio ingresso nella società, ottenendo la piena cittadinanza. Si
sbagliavano, tante erano le battaglie da risolvere. I movimenti femministi appoggiarono
gli appelli alla mobilitazione infermieristica, considerando anche il diritto tanto alienato:
il voto.
La guerra aveva incrinato i modelli di comportamento, le relazioni tra generi e le
classi di età, nonché tra le varie classi sociali, mettendo in discussione anche le
gerarchie, ritenute per troppo tempo immutabili. Allo stesso tempo, la guerra aveva
cambiato radicalmente le donne, rendendole più indipendenti e consce delle loro
capacità. Tuttavia, dopo la fine del conflitto dovettero fare i conti con una triste realtà: il
licenziamento. Molte di loro, infatti, dovettero farsi da parte per il “naturale”
reinserimento degli uomini, tutto questo scatenò malumori e proteste.
Le donne non si arresero, ripresero a combattere per il raggiungimento di una maggiore
emancipazione, insistendo per il diritto al voto.
A fronte della richiesta di uguaglianza, si aprì un dibattito che convolse i politici
italiani, alcuni convinti che alle donne dovesse essere concesso il diritto di voto, tra
questi favorevoli il presidente del Consiglio Borselli. Secondo lui il voto amministrativo
poteva essere concesso “si dovrà immediatamente consentire e consentirlo con assoluta
parità rispetto al suffragio maschile. Quanto al voto politico, sono ancora incerto meco
stesso fra un consenso immediato ed una applicazione successiva all’elettorato
amministrativo, per guisa che questa valga come di preparazione e di prova. Ma non
v’e dubbio che, o subito o poi, anche nell’elettorato politico il voto della donna dovrà
essere ammesso”.
Di parer opposto il parlamentare nazionalista Luigi Federzoni, il quale faceva
appello una maggiore pazienza da parte delle donne, continuava a rimanere diffidente, e
in nome del buon senso dimostrato durante la guerra, attraverso “un esempio
meraviglioso di patriottismo, di abnegazione e di intelligente energia”, confidava in una
loro ulteriore pazienza non complicando i numerosi, urgentissimi e gravissimi problemi
causati dalla guerra e dal dopoguerra riproponendo “inopportunamente e
prematuramente la questione dei diritti della donna”.
La fine della guerra per molte donne, significò un ritorno ai vecchi ruoli, ma il
cambiamento era in atto, le prospettive erano pian piano cambiate, come la
consapevolezza delle donne era ormai trasformata e protesa ad ottenere un futuro
migliore.